In collaborazione con “I CONCERTI NEL PARCO”
Adriano Banchieri
(Bologna, 1568 – ivi, 1634)
Festino del Giovedì Grasso avanti cena (Venezia 1608)
SESTETTO VOCALE ROMANO
Chiara Diletta Marini, soprano
Manuela Patti, soprano
Chiara De Angelis, alto
Leonardo Malara, tenore
Alessandro Masi, basso
Simone Pierini, cembalo
Ingresso 10 €

Il Festino nella sera del giovedì grasso avanti cena venne pubblicato nel 1608 come ‘terzo libro madrigalesco’: la cornice è fornita dal racconto di una serata di festa durante i giorni del Carnevale; il festino a cui si richiama il titolo è organizzato dal Diletto Moderno, personificazione dello stile moderno musicale (il cui campione è sicuramente il Claudio Monteverdi della seconda prattica). La prefazione narra dell’allegorico incontro-scontro tra il Diletto Moderno e il Rigore Antico (metafora della pratica compositiva secondo le ormai ‘vecchie’ regole contrappuntistiche), e di come dopo lo scambio di alcune battute di insulti e offese, il Diletto metta definitivamente a tacere il Rigore con un ‘leggiadro tiro di note nere’ per riuscire ad arrivare in tempo al festino che ha organizzato.
Dal punto di vista strutturale, il Festino è una successione di 18 pezzi (in aggiunta ad introduzione e licenza) di varia natura, scelta eterogenea funzionale proprio a mostrare le diverse possibilità compositive del moderno stile e la varietà di forme si adatta perfettamente alla cornice narrativa del Carnevale (inteso come sfilata di maschere e di vari giochi e scherzi).
La trama è dunque molto semplice: dopo l’invito al divertimento da parte del padrone di casa (I), comincia la sfilata di maschere con alcune maschere tradizionali (II), poi un gruppo di dolci pastorelle (III-V) e alcuni giovani innamorati (VI-IX). Dopo un breve aneddoto licenzioso di una vecchietta (X) continuano i travestimenti con l’arrivo di bambini mascherati da animali (XI-XIII). Finite le mascherate, arrivano alcuni venditori di fusi per mercanteggiare con i convitati (XIV-XV); dopo alcuni giochi di scioglilingua (il bisticcio) suona finalmente l’ora di cena (XVI-XVII), ma durante i brindisi finali (XVIII) passano lungo la strada alcuni venditori di fiammiferi che disturbano l’atmosfera con le loro grida
(XIX). Infine, il Diletto Moderno congeda tutti gli invitati e li esorta a tornare presto per altre serate di divertimenti (XX).
Data la semplice linearità della trama, risulta evidente che l’interesse di Banchieri sia quello di caratterizzare al meglio le diverse situazioni, sfruttando gli spunti che offrono le diverse maschere. Il testo dell’introduzione e quello della licenza portano la stessa musica, in modo da dare unità e compiutezza al ciclo di composizioni; entrambi i testi sono strofici, e le cinque voci procedono in maniera accordale attraverso una musica piuttosto scandita, che serve proprio a richiamare l’attenzione dello spettatore.
Prima le maschere intonano una giustianiana, una breve canzonetta di argomento amoroso (che tipicamente narra dell’amore di un vecchio per una giovane) e scritta in dialetto veneto italianizzato (i vecchietti sono infatti chiozzotti, di Chioggia). Arrivano poi tre gruppi di maschere (le pastorelle, gli amanti e gli animali), ciascuno dei quali intona diversi brani di diversi stili e forme.
La mascherata di villanelle accenna dapprima un ironico quadretto agreste, in cui una zitella canta un’ottava rima (ossia una strofa di endecasillabi rimata ABABABCC) accompagnata da una lira e uno scacciapensieri (il biobò) : descrivendo la propria condizione di solitudine si lamenta di come la sua tanto decantata bellezza sia in realtà frutto di continue prese in giro. Banchieri sfrutta la contrapposizione tra voce e strumenti affidando la zitella al trio di voci acute, mentre le due voci maschili accompagnano imitando onomatopeicamente i suoni degli strumenti. Poi il coro di pastorelle intona una canzonetta leggera, in stile omoritmico e molto cantabile, sulla potenza del dio d’Amore; alla partenza le villanelle intonano invece un vero e proprio madrigale, scritto in uno stile piuttosto serio in cui ritroviamo alcuni dei procedimenti canonizzati del genere: tipici sono l’inizio in imitazione tra le voci e i casi di pittura sonora (ad esempio le dissonanze che dipingono i folti orrori e sottolineano musicalmente la dolorosa situazione espressa dal testo).
Il coro degli amanti inizia imitando alcuni strumenti, alternando il suono squillante del liuto (‘din din’) al ‘tronc tronc’ metallico e secco del clavicembalo (l’arpicordo); accordati gli strumenti, si canta una moresca, una danza molto ritmata tipicamente spagnola; continuano i canti con un madrigale artificioso, ossia caratterizzato da una scrittura vocale ricercata e attenta all’intreccio imitativo. I giovani innamorati se ne vanno infine cantando una canzonetta, un brano piuttosto omoritmico e semplice, ma che raggiunge un registro poetico alto tramite il riferimento a Olimpia e Bireno, due personaggi dell’Orlando Furioso di Ariosto sempre costretti dalle loro avverse vicende ad allontanarsi (simboli del topos dell’amore contrastato).
Dopo la partenza delle maschere, ‘non avendo per or trattenimento’ viene chiesto a zia Bernardina di raccontare la storiella (fola) della gazza: Banchieri sottolinea il colorito racconto con un fitto dialogo tra Zia Bernardina e il suo pubblico (rispettivamente il trio di voci femminili e le voci maschili).
Arrivano in fretta alcuni ragazzini (i cervellini) mascherati da animali, che annunciano attraverso una capricciata (breve brano in stile imitativo) l’arrivo di un contrapunto bestiale, ossia intonato imitando i versi di quattro animali; Banchieri costruisce un effetto piuttosto bizzarro, affidando al basso una sentenza in latino e alle altre voci i versi degli animali. Per congedarsi i cervellini eseguono un serio madrigale, che come i precedenti presenta un raffinato intreccio vocale. Entrano poi i venditori di fusi, e dove aver decantato le qualità della loro merce, cantano anche loro un madrigale grato al sentire prima di congedarsi, rivolgendosi alla bellezza delle dame presenti al festino. In attesa dell’ora di cena e per ‘seguitar lo spasso’ viene proposto il bisticcio del Conte, un gioco basato su uno scioglilingua che due squadre (le voci femminili contro quelle maschili) devono ripetere il più velocemente possibile; dato che ormai le mascherate sono finite viene annunciata la cena, che ben presto si trasforma in un’allegra bevuta; ad ogni brindisi levato dal cantiniere (il tenore) progressivamente si riduce il numero delle voci che intonano la strofa, man mano che i convitati cadono sotto l’effetto del buon vino. E’ormai notte, e passano alcuni venditori di solfanelli, che intonano vivaci espressioni in dialetto bolognese importunando il festino, quasi giunto al termine. Il Diletto, sulla stessa musica dell’introduzione, licenzia i suoi invitati, promettendo future serate di divertimenti.
Uno degli obiettivi primari di Banchieri è sicuramente quello di adottare, all’interno di uno sfondo narrativo coerente, un ampio ventaglio di soluzioni musicali: nel Festino sono compresenti generi vocali più o meno seri (si va dalle danze come la moresca alle canzonette, fino ai madrigali) e registri poetici molto variegati (dalle inflessioni dialettali dei vecchietti chiozzotti ai riferimenti ai poemi epici). Il Festino è dunque, dietro un’apparente semplicità, un componimento piuttosto complesso, un vero e proprio divertissement intellettuale, in cui il vero fine non sta tanto nella sostanza stessa ma nelle varie modalità di elaborazione giocosa e libera di materiali di vari generi e temi. Il tratto che forse avvicina di più il Festino alla nostra sensibilità moderna è però la sottile ironia sottesa all’intera composizione; Banchieri riprende tutti i topoi compositivi dei generi musicali dell’epoca trasfigurandoli come attraverso uno specchio
deformante: evidente è il caso del brano in contrappunto intonato (o per meglio dire storpiato) dal gruppo di maschere animalesche.
L’effetto complessivo che ci produce ancora oggi il Festino è dunque quello di un’atmosfera surreale,
dietro la quale possiamo ancora oggi scorgere il lieve sorriso beffardo del compositore.